CIPRIA

 In cipria

Fino ai suoi ultimi giorni, allo specchio del comò si pettinava con cura. Poi un velo di cipria sul viso. Femminilità mai sopita, quella di mia madre. Anche se lei non s’era mai truccata come le altre donne, solo quel vezzo e quella polverina dal profumo delicato prelevata dall’elegante scatolina rotonda.
«Mamma, perché non hai mai usato il rossetto?» le chiesi una volta.
«Figurati – mi rispose – ho provato tanti anni fa e tuo padre, quando mi ha visto…».
«Che cosa ha detto?»
«’Che novità è questa? Toglitelo subito’. Lui diceva che le donne truccate erano poco serie».
Ecco: la parola ‘cipria’ ha fatto emergere questo ricordo un po’ melanconico. Mi vien da dire: povera mamma! Anche se fra le rinunce sopportate a causa della sottomissione all’uomo, la privazione del trucco non deve essere stata per lei motivo di sofferenza. Infatti, era talmente attraente da non aver bisogno di nulla che amplificasse ciò che la natura le aveva donato. E la cipria? Un omaggio a Venere, la dea della bellezza (ma lei non lo sapeva).
Il termine Cipria deriva dal nome di Cipro, isola in cui Venere, la dea della bellezza, fu portata dai venti poco dopo essere nata dalle onde del mare.
(Alfredo Tamisari)

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