COPIONE

 In copione

La prima accezione del termine è “testo di uno spettacolo teatrale o di un film”; la seconda accezione è “chi per abitudine copia compiti scolastici o generalmente atteggiamenti e comportamenti di altri” (Zingarelli). Unendo le due definizioni, si potrebbe dire con una battuta che «a scuola, come da copione, si è sempre copiato», oggi ancor più di un tempo.
Quando ero scolaro e poi studente, non c’erano sistemi e strategie sofisticate; non erano ancora stati inventati telefonini, calcolatrici o magiche penne, dunque si copiava da bigliettini accuratamente ripiegati a fisarmonica che si preparavano a casa. Ma voglio qui limitarmi al copiare “diretto”, vale a dire dal quaderno o dal foglio del compagno più vicino. Non era sempre agevole, specialmente quando si aveva la sfortuna di incontrare il “carognetta” che si barricava come se fosse in trincea con astucci e barriere varie per ostacolare la visuale sul proprio compito. Allora si cercava con lo sguardo la solidarietà di chi proprio vicinissimo non era, ma trovava il modo di lanciarti la pallottolina di carta della sua malacopia: molte traduzioni dal latino sono riuscito a risolverle in questo modo. La stessa pallottolina prendeva poi il volo verso altri bisognosi. Così interi periodi “critici” della stessa traduzione risultavano identici per un discreto numero di studenti con il conseguente rischio che l’insegnante ci sgamasse. Chi aveva copiato viveva dunque nel patema fino alla consegna dei compiti in classe corretti; era infatti consapevole che l’insegnante avrebbe potuto riconoscere i “copioni” i quali, ovviamente, si erano avvalsi delle riconosciute competenze di uno dei migliori della classe.
Quando diventai maestro, cercai di mettere in pratica i principi di una pedagogia umana e democratica. Mi infastidiva moltissimo l’alunno o l’alunna che si lamentava: «Maestro, mi copia!». Accorrevo al suo banco: «Cosa succede? Se vuol copiare, significa che ha bisogno. E tu aiutalo!».
Anche così cercavo di educare alla solidarietà e alla collaborazione.
(Alfredo Tamisari)

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