CREDENZA

 In credenza

Dalle piccole vetrate del buffet facevano bella mostra di sé le chicchere del caffè e, al piano superiore, la serie di bicchieri e bicchierini per il liquore perfettamente allineati. Tutto era appoggiato su candide tovagliette con gli orli di pizzo. Sul ripiano, l’oggetto più importante era la sveglia: il papà la caricava, la puntava tutte le sere e andava a posarla sul comodino.
Poi c’erano i cassetti per le tovaglie, i tovaglioli e le posate; ma ce n’era uno molto particolare: non era destinato a nulla; vi finivano oggetti di ogni tipo che temporaneamente non servivano, ma che avrebbero potuto venir buoni. Era un cassetto che si apriva quando si cercava qualcosa: si cercava, si cercava e quasi sempre si trovava altro («Toh, come mai sarà finito qui?» si chiedeva la mamma). Per me bambino era un cassetto magico e ogni tanto lo aprivo solo per il gusto di passare in rassegna le cianfrusaglie che conteneva. E magica diventava tutta la credenza quando si avvicinava il Natale. Il papà e la mamma mettevano in ordine tutte le parti visibili, toglievano dal ripiano la sveglia e i sopramobili per fare spazio al piccolo presepe. Non c’erano luci o lucine: ad accendere gli occhi solo una povera cometa di cartone impreziosita dalla porporina d’oro.
Interessante è l’etimologia di questa parola.
Credenza: dal lat. mediev. credentia, der. di credĕre «affidare, fidarsi, ritener vero» e dalla locuzione antica “fare la credenza”, riferita all’assaggio dei cibi. Nel Medio Evo le mense dei nobili non erano “sicure”: il rischio di morire avvelenati era un fatto, potremmo dire, di normale amministrazione. Per scongiurare questa trista eventualità i signori si erano circondati di persone che avevano l’ingrato compito di assaggiare la pietanza prima del nobile in modo che quest’ultimo potesse “credere” che cibi e bevande erano assolutamente privi di veleno. La cerimonia dell’assaggio era chiamata “dar la credenza” o “far la credenza”. Se l’assaggiatore restava ritto sulle proprie gambe, il signorotto era sicuro che quanto ingeriva non lo avrebbe portato a sicura morte. Da questa cerimonia deriva il nome del mobile che conteneva le posate e i cibi destinati al nobile palato.
(Alfredo Tamisari)

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