PICCININA

 In piccinina

Negli anni ’40-50, le ragazzine di 13-14 anni, terminata la scuola di Avviamento, iniziavano la loro carriera lavorativa come “piccinine”.
Le prime testimonianze di questo lavoro infantile risalgono agli anni Trenta.
Si legge in un’intervista presente nel Museo Etnologico di Monza e Brianza (“Monza racconta il cappello”):
«Quando ero bambina a Monza c’erano soltanto stabilimenti di cappelli. La mia famiglia non era benestante e io ero la maggiore dei figli, per questo ho incominciato a lavorare a undici anni. Sono entrata in ditta senza documenti, facevo la ‘piccinina’, cioè dovevo scopare i laboratori, stirare le fodere, uscire a comperare il pane o i bottiglioni di vino.  Guadagnavo quattro lire al giorno e a Natale mi venivano regalati venti centesimi e il torrone. In genere si faceva la ‘piccinina’ fino a 16 anni, poi si passava alla macchina; io invece a 14 anni ho iniziato a fare la cappellaia e ho avuto il libretto di lavoro» (Signora Antonia Radice, cappellaia, anni ’30).
Anche l’attività nel settore della sartoria, conobbe il lavoro delle bambine:
«Con un padre calzolaio e la madre ricamatrice, a Rosetta bambina, primogenita di dieci anni non resta che prepararsi il  fagottino. Andrà a Milano, da una zia sarta, come “piccinina”. Toglie imbastiture, sistema la stanza, impara a prendere in mano ago e filo, spilli, ferro da stiro, a sentire la consistenza delle stoffe. Raccoglie modellini, e con i ritagli di tessuti leggeri confeziona fiocchetti. Li darà a suo padre, per abbellire le scarpette (Biografia di Rosa Genoni).
Nella commedia di Sergio Tofano (Sto) “Qui comincia la sventura del Signor Bonaventura” (1927), uno dei personaggi è la Piccinina dal “sospiroso incanto”.
Trent’ anni dopo ritroviamo la piccinina che «recava le compere o gli indumenti stirati alle clienti, in una tipica cesta a fondo piatto rivestita talora d’incerato, o di tela» nel romanzo “L’Adalgisa” di Carlo Emilio Gadda.
Ai tempi in cui ero bambino si cantava ancora una canzone di successo, in realtà assai bruttina, intitolata “La piccinina” (versi di Mario Panzeri):
Oh, bella piccinina
che
passi ogni mattina
sgambettando lieta tra la gente
canticchiando sempre allegramente.
Oh, bella piccinina,
sei tanto birichina
che diventi rossa rossa
se qualcuno là per là,
dolce una frase ti bisbiglia,
ti fa l’occhiolin di triglia,
poi saluta e se ne va.

Quella che io ho conosciuto è stata una delle ultime piccinine.
Milano, ora città della Moda, era tutta un pullulare di sarte, modiste, camiciaie, magliaie. Le più intraprendenti richiamavano nelle loro case-laboratorio frotte di collaboratrici, ma il grosso del lavoro era dato all’esterno. Mia madre lavorava in casa come magliaia per conto di due signore della zona: confezionava golf e pullover che ogni giorno dovevano essere recapitati alle titolari dell’attività. Il più delle volte era la mamma stessa che consegnava il pacco e io l’accompagnavo. Ma quando una delle due padroncine aveva premura, telefonava alla mamma dicendole di tenersi pronta perché di lì a poco le avrebbe mandato la sua piccinina. Allora vedevo la mamma tutta affannata dare gli ultimi ritocchi e confezionare il pacco in fretta e furia. La piccinina si presentava anche lei trafelata, prendeva il pacco e via di corsa, senza ascoltare le raccomandazioni che si davano a quei tempi ai bambini:«Non correre e stai attenta quando attraversi la strada!». Mi pare ancora di vederla quella ragazzina, muta, timida, pallida, magrolina. Affacciati alla finestra, la vedevamo sfrecciare in cortile e il pacco era più grande di lei.
Piccinina, nel dialetto milanese “piscinina”.
(Alfredo Tamisari)

Articoli recenti