SCHISCETTA

 In schiscetta

“Schiscetta” era un termine comune qui al nord fino a qualche anno fa; ora pare che stia tornando in auge, forse perché i lavoratori hanno capito che al frugale e malsano panino, magari consumato in piedi al bar, è preferibile un gustoso pranzetto portato da casa e preparato con cura dalla madre o dalla compagna.
La parola “schiscetta”, di origine milanese, indica nient’altro che un portavivande, un contenitore in metallo, con coperchio, trasportabile. Si chiamava così perché al suo interno il cibo stava “schisciaa” (schiacciato) cioè un po’ pressato per il poco spazio. Conteneva infatti un pranzo abbondante e completo: pastasciutta, una bistecca, un po’ di verdura.
Nelle vie di Milano, verso mezzogiorno, capitava di vedere, fuori dai cantieri o dalle fabbriche, manovali, muratori, operai che mangiavano seduti per terra dalla schiscetta, proprio come i soldati in caserma mangiavano dalla gavetta.
Anche questa parola mi riporta all’infanzia.
Mio padre lavorava al pronto soccorso di un ospedale. Una volta la settimana era di turno la notte. Era quella la sera in cui la mamma, la sorellina ed io ci recavamo a piedi al suo ufficio con un bel borsone contenente una cenetta calda in due schiscette. Il papà apparecchiava di tutto punto la scrivania dopo aver spostato in un angolo registri e scartoffie e si metteva a cenare mentre io, curioso, sfogliavo il librone dei “rapporti” tutti scritti meticolosamente a mano. Sfogliavo, leggiucchiavo, facevo domande e la mamma mi rimproverava: «Lascialo stare il papà che è stanco e deve fare anche la notte, lascialo mangiare in pace!». Mi piaceva soprattutto mettere a confronto le calligrafie (i rapporti in quel registro erano scritti anche dai suoi cinque colleghi). «Ma come scrive male questo!» ridevo. E il papà divertito:«Nella penna ha le zampe di gallina!» (era il suo capo).
Quando penso alla vita di sacrifici dei miei genitori, ancora mi commuovo.
Tornavamo a casa e la mamma ci metteva a letto. Lei cuciva pullover fino a tardi ascoltando la radio a volume basso. Il papà smontava dal servizio alla mattina alle 8 e, tornato a casa, riprendeva il suo secondo lavoro: il sarto. Tutto questo perché «i soldi non bastano mai» e poi «dobbiamo metterne da parte un po’ perché non si sa mai». Distrazioni poche. E anche poche coccole per noi bambini: non c’era tempo.
(Alfredo Tamisari)

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