STENTO (STENTATO)

 In stentato

L’unico ricordo che ho di questo termine è il giudizio di una mia professoressa di italiano delle medie in coda al tema: «Svolgimento stentato e faticoso – Insuff.». A mia madre, quella parola risultò tanto oscura che faticò a decifrarla: «Sden… stent… e cosa vuol dire?». Io rimasi muto. Stento, stentato, stentare erano per quei tempi termini decisamente inusuali. Nonostante l’estrema povertà del dopoguerra che costringeva tutti a una vita di stenti. Ma ci si arrangiava e nessuno moriva di fame. E la mamma, già avanti con gli anni, rievocava quei periodi con espressioni del tipo: «Sì, eravamo poveri, ma noi non vi facevamo mancare niente».
Oggi stentiamo a credere che qui da noi si possa morire di stenti, come raccontano cronache che riguardavano e ancora riguardano i cosiddetti Paesi in via di sviluppo.
Certamente “stento” è una delle parole più tristi e dolorose che io conosca.
Leopardi ce lo ricorda nel “Canto notturno”: «Nasce l’uomo a fatica,/ Ed è rischio di morte il nascimento» e solo la “greggia” è beata perché «ogni stento, ogni danno, ogni estremo timor» subito scorda.
E al tramonto della vita, la vecchiaia: «Non ho più che lo stento di una vita /che sta passando, e perduto il suo fiore / mette spine e non foglie, e a malapena / respira…». (Carlo Betocchi)
(Alfredo Tamisari)

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